Il Piantastorie:
Il Pino, pianta da città

Il Piantastorie: <br /> Il Pino, pianta da città

Lo faccio ancora oggi - e ho 54 anni - pure d'inverno. Sì, sono convinto che questo gesto, un giorno, mi donerà l'immortalità, o insomma, qualcosa di simile: mi tolgo scarpe e calzini per camminare nella pineta, sul tappeto di aghi di pino.

Il fatto è che lo facevo da bambino, quando da Caserta (dove abitavo) con tutta la famiglia, mi spostavo per passare una giornata al mare, a Pineta mare, Castelvolturno.

Prima di arrivare alla spiaggia, attraversavo la pineta e allora mio padre, carico di roba (tavolino da picnic ripiegabile, borsa termica e ombrellone), gridava: togliti le scarpe. Vabbè poi c'era, in genere, un battibecco tra mia madre e mio padre: attento ai vetri, diceva lei, ma mio padre, carico com'era, rispondeva con voce da baritono: ma quale vetri, ci stanno gli aghi di pino soltanto.

Gli aghi di pino si infilavano tra le dita dei piedi, un solletico, dunque sorridevo e spesso alzavo gli occhi al cielo e il cielo azzurro appariva, sì, a sprazzi, tra le chiome dei pini marittimi. Poi mio padre diceva: respira.

 In verità già respiravo, ma lui insisteva: respira, senti la resina. E allora, metti gli aghi di pino tra i piedi, la resina che mi apriva le narici (e dire che stavo sempre intasato) quando arrivavo sulla spiaggia, i miei sensi erano all'erta, coglievo tra la sabbia la vegetazione e c'erano crochi, ranuncoli, primule, anemoni, viole, e soprattutto orchidee, e poi in lontananza le onde. In certe giornate di vento selvaggio erano spumeggianti: se ero triste diventavo allegro, se ero già allegro allora diventavo attento.

Negli anni a venire ho cominciato a pensare che qualunque strada si potesse intraprendere per la felicità, questa dovesse obbligatoriamente passare per una pineta e portare  al mare.

Tanto ero convinto (lo sono ancora) che a parte gli obbligatori piedi nudi per sentire gli aghi di pino – e tengo 54 anni -  sono arrivato a teorizzare che un'opera urbanistica, architettonica, artistica, poetica, narrativa, scientifica ecc., debba contenere (spesso metaforicamente e a volte concretamente), una pineta da attraversare e un mare da raggiungere.

La maggior parte dei pini che vediamo sono domestici, come cani e gatti, certo, ci siamo abituati alla loro presenza, spesso sono coreografici, non c'è foto di panorama che non contempli un pino, e tuttavia ci passiamo accanto senza conoscere la loro storia.

Questi alberi  (appartengono alla famiglia delle Pinaceae e al genere Pinus) con le chiome ad ombrello, oppure ampia e fessurata, sono tra i primi alberi apparsi sulla terra.

Le Gimnosperme (alberi senza fiori e frutti) hanno dominato il nostro piccolo puntino blu, e fatto un egregio lavoro per milioni di anni, fino a che 150, 120 milioni di anni fa, hanno lentamente ceduto posto e spazio alle Angiosperme (alberi con fiori e  frutti).

Sono Conifere con riproduzione sessuale. Ogni albero produce pigne di entrambi i sessi: coni maschili in cui si trova il polline (ma così discreti, tanto piccoli che per notarli devi essere o un botanico appassionato o un allergico) e grosse pigne femminili (e quelle, che siamo o non siamo botanici o allergici, quelle, invece, le conosciamo tutti).

Il processo riproduttivo comincia quando i coni maschili spargono polline al vento, la maggior parte muore strada facendo, qualcuno sarà catturato da un minuscola goccia vischiosa che si trova sulla superficie della pigna, quindi spinto all'interno per l'atto sessuale. Il più sembra fatto e invece no.

Il sesso nelle conifere si fa lentamente. Forse queste piante stanno qui da tanto tempo e hanno tanto tempo e si concedono il lusso più grande di tutti: sprecarlo.

Fatto sta che spesso la fecondazione e la crescita può durare molti anni e quando, finalmente, Les jeux sont faits, la pigna femminile cade dall'albero, le scaglie irte si aprono per rilasciare i semi nudi, e cioè i pinoli: quelli che non verranno mangiati, abbrustoliti, germineranno e metteranno radici.

Le varie specie di pino (marittimi, domestici, montani) con gli aghi sempreverdi evocano l'immortalità e il loro profumo ricorda una dea benevola.

In epoca arcaica in Grecia erano consacrati a Rea, la grande madre, e siccome le conifere sono tra noi da molto tempo, sono sorti decine di miti (pagani e romani e in tutto il mondo, dalle Alpi al Monte Fuji in Giappone), e feste soprattutto: celebrano la potenza, la fecondità, l'esuberanza, l'immortalità e la purezza.

Purezza. Come la resina, essudata dal legno (ma la si ottiene in grande quantità incidendo il tronco alla base e mantenendo la ferita aperta da marzo fino a ottobre) che forma concrezioni chiamate lacrime, traslucide: piccole stelle portatili che emanano luce e quindi, appunto, da sempre, sono considerate simboli di purezza e immortalità.

Ma la resina è stata per anni utilizzata per la produzione di trementina o acquaragia, un olio essenziale, trasformata, per riscaldamento o distillazione, in pece molle o dura, utile per calafatare (impermeabilizzare) le navi e incatramare il legno.

E poi usata come olio dalle varie virtù: cicatrizzare ferite, curare l'angina, il catarro, gli starnuti (mescolata al miele). E poi balsami (espettoranti e diuretici) e incenso.

C'è un'ultima cosa da dire: i pini (come molte conifere) sono davvero immortali (non solo simbolicamente). Prendi i pini dai coni setolosi (una sottosezione del genere Pinus). Vivono millenni.

Con la chioma piccola e il (meraviglioso, incantevole, sacrale) tronco contorto, annodato, avviluppato, sono in grado di assorbire e inglobare tutto, anche fulmini e frane.

Crescono pochi millimetri all'anno e il più vecchio, Matusalemme, ha una età di 4.851 anni (accertata con stima  dendrocronologica). Perdono rami e sviluppano una chioma così sottile che nemmeno un riporto potrebbe mascherare: ma vivono a lungo.

Nascondono un segreto, indubbiamente, e i botanici stanno cercando di capire come mai le cellule, man mano che invecchiano, pur continuando a dividersi con lo stesso vigore degli alberi giovani, non producano mutazioni pericolose (o meglio queste mutazioni vengono isolate). Forse c'entra la resina e altre sostanze chimiche che fungono da fattori protettivi.

Ma a parte questo, forse il segreto dei pini è lo stesso contenuto nella petite madeleine  proustiana: la memoria involontaria. Quella racchiusa nel corpo. Spesso, ci dice Proust, sappiamo le cose, ma non lo sentiamo. Marcel, protagonista della Recerche, sapeva che la nonna era morta, ma non lo sentiva, finché un piccolo gesto (slacciarsi i lacci degli stivaletti) gli ha ricordato la nonna: solo allora ha sentito la sua morte.

Il fatto è che la vita non la si può capire, al massimo sentire. I pini aiutano a sentire meglio la vita e qui c'è il loro segreto.

Passeggiando a piedi nudi nella pineta, cercando la strada verso il mare, la memoria del corpo troverà il modo per manifestarsi. Allora, i tuoi sensi si accenderanno, pronti a registrare tutto con meravigliosa attenzione: le pigne, la resina, i fiori, le dune, le variazioni del vento e quelle delle onde.

Come costruire un arca di Noè, nella quale riporre con amore  quello che vediamo. Il nostro cervello si prenderà allora tutto il tempo necessario per processare le informazioni, ordinarle, dargli un senso.

E rallenterà.

Sì, il tempo rallenterà. Così a piedi nudi, calpestando aghi di pino, la strada che attraversa la pineta (poche centinaia di metri) porta verso il mare si allungherà, e scopriremo quelle frazioni di tempo che sfuggono al tempo.

Torneremo bambini, a piedi nudi per la pineta, anche a 54 anni: come essere immortali, bè, insomma, qualcosa di simile.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
Scopri di più qui: Il Piantastorie

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