Il Piantastorie:
Il Platano, pianta da città

Il Piantastorie: <br /> Il Platano, pianta da città

Mio padre lavorava all’Ispettorato Agrario di Caserta e di tanto in tanto mi ci portava.

Una volta arrivati, mi lasciava con un suo collega, un etmo/patologo che aveva allestito una sala nella parte finale degli uffici; là non andava mai nessuno.

Che ci vuoi fà, quello è un po’ filosofo, dicevano gli altri colleghi, parla sempre. Forse per questo l’avevano rinchiuso in quella stanza.

Comunque, me la ricordo sì buia, tuttavia affascinante, quasi magica, un parco divertimenti: era piccola però grandissima. C’erano insetti sotto vetro che facevano schifo, ma che volevi portarti a casa per mostrarli alle ragazzine e farle impaurire e strane cose filamentose, funghi, diceva il collega di mio padre.

 

Un giorno mi fece vedere un ramo con delle foglie ingiallite: un Platano, disse. Facile da riconoscere, perché le foglie hanno cinque lobi ed assomigliano a una mano aperta.

 

Poi mi fece, appunto, aprire la mano e non so, forse la memoria mi inganna, eppure la mia mano non combaciava perfettamente con la foglia: la foglia era più grande. Dovevo essere molto piccolo, 5 anni, mi sentii ancora più piccolo e mi venne voglia di giocare ed esplorare.

Disse pure che il nome veniva dal greco, Platis, da cui deriva Platanis, appunto piatto largo: non so, non credo che me lo disse, ero troppo piccolo  per ricordarmi di quel particolare etimologico, devo averlo aggiunto in seguito.

Di certo (e lo ricordo perché era una favola) mi raccontò che il Platano somigliava a una mano (e sì, avevo ancora la mia mano poggiata sulla foglia) e per questo, in antica Grecia, l’albero era sacro alla grande Madre. E poi c’erano alcune statue greche (e prese un libro con delle immagini) scolpite con le cinque dita bene aperte, come se volessero benedire qualcuno.

Di seguito poi, avrei scoperto, indagando un po’, che a proposito di Grecia, c’era una complessa simbologia che legava il Platano ad Elena. Il geografo Pausania e lo stesso Omero ne parlavano.

Il primo diceva di aver visto in Arcadia il Platano che Menelao avrebbe piantato in un bosco sacro, prima di partire per Troia (si racconta che Elena si sia impiccata a un ramo di Platano).

 Omero, invece, parlava (nell’Iliade) di una riunione sotto un Platano, in presenza di un serpente, dove l’indovino Calcante, interpretando i segni dell’albero e del serpente (il primo si rinnova ogni anno, il secondo cambia pelle ogni anno) aveva capito che la guerra per espugnare Troia sarebbe durata nove anni.

Fatto sta che quando tolsi la mano dalla foglia, il collega di mio padre disse che i Platani si stavano ammalando, mica  da adesso, da tanto tempo, soprattutto quelli che delimitavano il viale di ingresso, quello che andava verso la Reggia: è un guaio se non troviamo la medicina.

Comunque, un inciso: il Platano deriva dall’Asia Minore, in Italia è prevalente la specie  Platanus acerifolia, detto anche Platano comune. Che poi è un ibrido che si ottiene incrociando due specie, Platanus occidentalis e Platanus orientalis, il risultato è una specie di ponte tra due culture.

 

I Platani sono presenti in parchi e giardini e soprattutto nelle alberature stradali: sono di notevole pregio estetico, e poi fanno ombra, perché l’albero può superare i trenta metri, e se cresce su un terreno adatto (gli spazi aperti della pianura Padana, per esempio) sviluppa una chioma ampia e frondosa, ricca  di foglie: benedicono.

 

Cosa? Beh, la conversazione, l’ozio, il riposo: sono, dunque, fonte di ispirazione.

Tanto è vero che all’ombra dei Platani si sono svolti molti conciliaboli. Ad Atene, per esempio, filosofi, artisti, scrittori dell’Accademia camminavano sotto i Platani e di cose interessanti ne venivano fuori, eccome.

Naturalmente nel dialogo Fedro, Socrate porta appunto Fedro stesso sotto un Platano: per Era- dice- questo Platano è frondoso e alto e via a conversare.

Per questo, già all’epoca, il collega di mio padre, quello un po’ filosofo, ripeteva: che guaio non trovare la medicina, che guaio perdere il Platano.

Quello che causa il cancro colorato dei Platani è un fungo microscopico, un ascomicete: Ceratocystis Platani. Cancro perché il fungo genera necrosi e degenerazione della corteccia e legno. Colorato perché, staccando la corteccia  dalle aree interessate dalla malattia, si notano macchie e striature di colore bluastro.

Il fungo, sconosciuto in Europa (ma studiato negli Stati Uniti a partire dal 1925), probabilmente è arrivato in Italia dopo lo sbarco americano, magari con qualche cassa per munizioni, di quelle fatte con legno, infetto, appunto.  Ipotesi che vede, tra l’altro, la mia città d’origine, Caserta, come uno dei punti di potenziale innesto (oltre a Marsiglia e Barcellona).

Fu qui infatti che furono notati i primi casi, poi, dopo, successivamente, a Monza, dove la fitopatia fu osservata nel parco cittadino (anche lì, stessa storia, aveva stazionato un distaccamento dell’esercito americano).

Dopo 25 anni, e cioè negli anni ’70, i primi casi acclarati in Italia. Troppo tempo? Non è detto, probabilmente si è diffuso lentamente, e tra l’altro, come disse il collega di mio padre: a Caserta, da tanto tempo i Platani si stanno ammalando (i primi casi segnalati proprio lungo il viale Carlo III, quello che porta alla Reggia, risalgono agli anni ’50).

Come si propaga? Per ferite, piccole e grandi. Per ferite si intendono quelle causate da insetti, grandine, roditori, fulmini e lesioni varie prodotte da noi umani (quante volte ho parcheggiato sotto un Platano e probabilmente ho ferito il tronco?).

Metti anche l’abitudine di potare con la motosega e niente, facile che la segatura infetta contamini le piante vicine.

Fatto sta che abbiamo dovuto abbattere Platani plurisecolari e ora i nostri viali alberati (e pure i parchi cittadini) mostrano buchi poco gradevoli.

 

Salvare i Platani significa salvare l’ombra e l’ombra è utile, benedice gli umani, offre riparo e predispone alla conversazione.

 

Se non conversiamo, se non proviamo a capirci, difficilmente riusciamo a collaborare. All’ombra del Platano torniamo bambini, perché le nostre dita sono contenute nel profilo della foglia, e allora ci sentiamo meno prepotenti, più fragili.  Ditemi, quale migliore occasione per rinfrescarsi e giocare e darsi la mano, parlare senza quelle  inutili e poco proficue e accalorate discussioni tipiche degli adulti che non si meravigliano più di niente, concentrati come sono a difendere il proprio recinto?

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
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