Il Piantastorie:
L'Olivo, pianta da campagna

Il Piantastorie: <br /> L'Olivo, pianta da campagna

Quanti modi ci sono per parlare dell’Olivo? Per me quasi tutti sentimentali: sono un bambino, passeggio a Caserta, mano nella mano con mio padre e mia madre, mi sento trascinato di qua e di là dalla loro presa, poi non so perché, all’improvviso, entrambi mi lasciano la mano e salutano uno che si avvicina: ha dei ramoscelli in mano: “Pace, pace pace”, dice, poi si abbassa, entra nel mio campo visivo e mi porge un ramoscello di Olivo.

Ai tempi dei romani, all’alba delle Calende di gennaio, due fanciulli si presentavano nelle abitazioni con ramoscelli di olivo in mano dicendo: “Gaudio e letizia siano in questa casa” e anche porcellini, agnelli o ogni altro bene. Da sempre l’olivo è stato simbolo di prosperità e di pace.

Autunno. Mattina presto, citofono, un contadino. Mio padre dice: “Sali!” E quello sale, prendono il caffè in salone, discutono su qualcosa che non capisco, poi va via e mio padre con una bottiglia d’olio in mano dice a mia mamma: “Assaggia, questo è convinto che sa fare l’olio”.

Mia mamma assaggia: “Che schifezza - dice - peggio dell’olio lampante”. Al che interviene mio nonno, mi chiama: “Prendi quella lampada”. Prendo quella lampada, mio nonno ci mette l’olio e mi dice: “Accendi, accendi!”. Ed io accendo. Mio nonno mi dice: “Questa fiamma brilla da sempre e brillerà per sempre, finisce il petrolio, finisce l’elettricità, c’è sempre l’olio”.

Mattina presto. Mia mamma in lacrime. Entra ed esce dalla stanza di mio nonno, insieme a una amica e altre donne, fanno delle cose che non capisco (gli uomini sono tenuti a distanza, anche mio padre non si avvicina).

Poi qualcuna dice a mia mamma: lo laviamo con l’olio, va all’altro mondo tutto pulito e profumato (Nell’antica Atena l’olio era considerato un bene di lusso prezioso e comunque tra le classi agiate se ne faceva un grande uso. Si sa che un giovane cittadino che frequentava il Ginnasio poteva consumare per l’igiene del corpo e vanità personali, fino a 30 litri di olio all’anno: 20 litri all’anno per alimentazione, 3 litri come lubrificante e per l’illuminazione, mezzo litro come farmaco e un paio di litri, ancora, per i riti sacri).

Sono grande, ormai maggiorenne, ho portato una bottiglia d’olio alla famiglia di Cristina (la mia fidanzata), dono di un contadino che invece l’olio lo sapeva fare.

Il padre di Cristina, carriera militare, grado di colonnello, impettito, versa un filo d’olio su una bruschetta: è una sera d’estate, siamo a Scauri, il posto non è un granché, comunque c’è la brezza e poi dice: “Che profumo meraviglioso”. Assaggia, si mette a riposo, chiude gli occhi: “A me l’olio – dice - mi fa salire certi ricordi”.

E sorride. Io sorrido, Cristina pure, e comincia a cantare, sento la brezza e vedo la musica salire, come un pallone areostatico, sale, così lo sguardo si amplia: vedo olivi solitari, appezzamenti di olivi secolari, polloni e polloni che conquistano il terreno, sfidano le rocce e infatti a prima vista non capisci qual è il tronco e qual è la roccia.

Sono in Calabria, piana di Sibari, ho fatto una follia, sono sceso da Caserta fino a Vibo, solo per dare un bacio a una ragazza di cui sono innamorato, sono partito di notte, non ci sono riuscito, a darle un bacio, dico, me ne sto tornando, ho una botta di stanchezza, esco dall’autostrada e finisco in un campo di olivi, sono altissimi, alcuni 15 metri. Mi sembra un posto fatato, il più bello mai visto, l’ombra mi protegge, mi ripara dalla follia, dall’inquietudine e dalla paura, mi addormento sotto un olivo, mi risveglio dopo poco, mi sento come se avessi dormito 10 ore.

Sto con un professore di entomologia. Stiamo cercando di organizzare una conferenza sulle piante, non è facile, ci incartiamo, esaminiamo delle piante, magari possono fare da apripista, quando lui mi fa:

“Comunque quando il Rhynchophorus ha attaccato le palme, ti devo dire la verità, me n’è importato così così, ma quando la Xylella ha colpito l’olivo tu non sai che dolore ho provato”.

L’Olivo è un suono, viene da lontano. Il suono è una scultura, l’Olivio è una scultura unica, canta e suona. Gianandrea Gazzola, per il museo dell’Olio di Fara Sabina, ha preso un albero di olivo col suo bellissimo tronco nodoso, e lo ha fatto girare grazie a una pedana. Ha sistemato delle aste come se fossero puntine, che accarezzano il tronco e insomma, l’Olivo girava e suonava, restituiva il suono dei millenni.

Poi dice l’avanguardia, chi la capisce. Quando i contadini di Fara hanno visitato il museo e si sono trovati davanti all’Olivo che suonava, hanno pianto, alcuni a singhiozzi, vecchi contadini con coppola e abiti pesanti, gente abituata da una vita a salire sull’albero, potarlo, rinforzarlo, a spremere le olive, hanno ceduto davanti a quel tronco nodoso: era un vecchio amico che suonava. Non voleva morire.

Quel suono veniva da lontano, anzi, si può dire che c’è sempre stato, da molto prima che ci fossero i sapiens. Sappiamo che il bacino di origine è il Mediterraneo, le sue coste calde, assolate e asciutte (l’Olivo detesta l’umido e resiste alla siccità), cresce e si rafforza in buona compagnia, come compagni di viaggio ci sono il corbezzolo, lauro, carrubo e appunto l’oleastro.

Comincia dalla pianura, ma se ne sale sulle colline, cresce in mezzo al pietrame, strafottente: tu tagli il tronco per intero e lui ricaccia un pollone, dal pollone una pianta.

Poi gli uomini lo notano, una donna prende le olive (ci sono insediamenti del Paleolitico, in Francia Meridionale, in Germania, sui Pirenei spagnoli dove sono stati ritrovati noccioli di olivo), comincia la domesticazione.

Dove? Solita mezzaluna fertile, qui sono stati selezionati i primi semi di farro e di orzo, qui li hanno seminati a spaglio, limitandosi a sarchiare appena il campo, qui hanno raccolto le spighe mature, poi macinato le cariossidi, fatto il pane. Qui le prime capre e pecore, la lana, il latte i formaggi, l’uva è diventata vino e qui è nata la nostra civiltà: il guardiano, il simbolo di tutto questo era (è) l’Olivo.

Se l’archeo-agronomia risulta di scarso interesse, allora meglio Ercole. E’ stato lui a portare l’Olivo sul monte Olimpio, tornava da una delle sue incredibili imprese.

Aristeo, figlio di Apollo e Cirene, invece, non solo l’ha portato in Sicilia, in Sardegna, nella penisola italica ma ha insegnato ai contadini l’arte della coltivazione.

Sicuro Ulisse intagliò nell’Olivo il suo letto nuziale, se ne intendeva, visto che la clava di Polifemo era di Olivo, e lui prese una scheggia di questa clava per accecare il gigante. Anche il manico della scure che Calipso dona a Ulisse è appunto fatto di legno di Olivo.

E poi c’è l’Olivo ad Atene già nel 594 a.C.

Salone lo usò per dividere i cittadini in 4 classi di ricchezza, a seconda, appunto, dell’olio posseduto, e poi fece piantare Olivi sacri a Zeus e impedì l’abbattimento, se non per gravi motivi o per la costruzione di zone sacre.

Ancora un secolo e sarebbe arrivata la democrazia di Pericle, un esperimento fondamentale sostenuto da una discussione viva, articolata e in qualche modo tragica.

L’Olivo ha imparato bene ad adattarsi alle estati mediterranee, per esempio, le foglie chiudono i pori, spesso si arrotolano come tubicini nella direzione dello stelo (si può dire che la pianta appare come stordita, rintronata dal sole) e comunque il movimento (le foglie che si arrotolano) protegge il lato inferiore, quello poroso e argenteo. Quel riflesso è dovuto a migliaia di cellule trasparenti poste sugli steli: sono dei microscopici parasole, mantengono il vapore acqueo attorno ai pori, come se ci fosse un cuscinetto d’aria umida.

Le radici poi sono la parte che preferisco, in genere uno guarda le piante e si scorda delle radici. Nell’Olivio è vero il contrario, le radici si riflettono sul tronco (i botanici dividono il fusto in due parti, l’inferiore, ingrossata, detta pedale, ciocca, ceppaia, ecc. e una superiore che dal pedale si suddivide in branche).

Se guardate il fusto delle piante più vecchie, potete notare delle creste (nessuna pianta in vecchiaia assume le spettacolari forme dell’Olivo). Ecco, ogni cresta è la manifestazione di una radice profonda: se la radice trova acqua, allora il tronco cresce e con esso i rami ad esso collegati.

Se la radice muore o se cambia la quantità d’acqua, allora cambiano anche le parti superficiali (per questo, a maturità, il tronco diventa più contorto e gibboso: in relazione a una crescita radiale diseguale).

Fatto sta che l’Olivo è il risultato di uno splendido ma contorto adattamento, tra profondità e superficie, tra esterno e interno, per questo suo sforzo ricorda un po’ la complessità del nostro io, i desideri più profondi, i ricordi in grumo, gli spettri oscuri e il corpo che li esprime.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
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