Il Piantastorie:
La Vite, pianta da campagna

Il Piantastorie: <br /> La Vite, pianta da campagna

All'inizio, da piccolo, mica riuscivo a distinguerle: era Edera o era Vite? Però guardavo meravigliato questa pianta con le foglie grandi e verdi che si arrampicava dappertutto, una volta sui muri, una volta sugli alberi.

Spesso, appunto, mi incantava: era una pianta che abbracciava e proteggeva (e magari desideravo essere abbracciato e protetto).

Altre volte mi faceva paura, perché poteva stringere troppo e soffocarmi e la notte facevo brutti sogni (e desideravo qualcuno che mi abbracciasse).

Poi - ed ero in terza elementare - il maestro, durante una gita in campagna, ci disse che Edera e Vite erano due piante diverse, ma sorelle. Sono piante che si trasformano spiegò - sono il simbolo della metamorfosi. Nella stagione fredda, la Vite giace come morta, poi si riprende con forza e vigore.

In effetti, se ora, da adulto, chiudo gli occhi, vedo alcune immagini: alberi di Vite in inverno, tronchi spogli, un fusto segnato da cicatrici, desquamato, e poi, all'improvviso spuntavano queste foglie verdi, palmato-nervate, differenti per forma, colore e tomentosità. Dopo le foglie ecco le bacche e poi il vino: una metamorfosi.

Anche l'Edera mostra affinità con la Vite. Prima produce germogli ombrosi e i tralci rampicanti e le foglie lobate, poi i germogli cominciano a crescere diritti e luminosi, le foglie cambiano forma e appaiono fiori e frutti (le bacche sono velenose).

Vite ed Edera sono dunque accomunate, luce e oscurità, calore e freddezza, ebbrezza di vita e soffio di morte, la doppia natura di Dioniso.

Ora non mi sbaglio (quasi) più, la Vite è una pianta, l'Edera un'altra, anche se (simbolicamente) presentano aspetti comuni.

La Vite mi piace. Vuoi per il vino, vuoi per la sua storia interessante.

Di difficile domesticazione, sono passati secoli prima di spremere il succo dalle bacche. Solo 5000 mila anni prima di Cristo nel vicino Oriente e 11 mila anni avanti Cristo, in Grecia, appaiono forme paleobotaniche dei vinaccioli che fanno intravedere viti con caratteristiche moderne (e comunque, quasi certamente, il primo vino fu il risultato di una mescolanza di diversi succhi di frutta e altri liquidi, quello di betulla, latte, miele diluito in acqua e malto).

Ma metti anche l'intreccio di miti che la Vite (che appunto è una pianta che si intreccia) ha prodotto nei secoli, a cominciare da quello di Dioniso.

Quando la Vite nel mondo Greco ancora non aveva un nome (racconta un mito arcaico) usava arrampicarsi sugli alberi formando una foresta vegetale da cui zampillava il succo rosso dei suoi frutti. Un giorno a una di queste viti si avvolse un drago che succhiò i grappoli ma vedendo giungere Dioniso, il drago scappò in una grotta.

 Dioniso appunto, eccolo che appare. Un culto greco di origine cretese, un dio celebrato, pericoloso, luce e ombra, il dio che infonde forza alla natura, anzi libera gli individui dai vincoli naturali, così che uomo e natura possano affratellarsi di nuovo (secondo Nietzsche), in una festa orgiastica che porta l'uomo in una dimensione di manìa, follia.

Ma non c'è solo Dioniso, anche se Dioniso è stato il primo dio. Cosa fa Noè quando lascia l'arca e mette piede a terra? Pianta una vite.

Poi arriva Cristo: io sono la vera Vite e il Padre mio è il vignaiolo. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella Vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la Vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto perché senza di me non può far nulla.

E poi c'è Maria Vergine, altro mito, sorto durante il Medioevo. Un passo di Sant'Antonio da Padova (santo a cui sono stato devoto: sono ateo ma pur sempre meridionale) interpreta un versetto della Genesi, ovvero, il famoso sogno di Giuseppe (c'era una Vite con tre tralci che cominciarono a germogliare, poi vennero i fiori e i grappoli), in questo modo: la Vite così chiamata per la sua forza (dal latino vis) di mettere presto radice o perché si allaccia alle altre, altro non è che la Vergine Maria che fin dall'inizio fu profondamente radicata nell'amore di Dio e allacciata alla vera vite e cioè suo figlio Gesù.

Ma sono da considerarsi anche gli aspetti filosofici della Vite, legati all'amore: cosa altro è il Simposio di Platone se non un inno, da ubriachi, alle speculazioni e ragionamenti sull'amore?

Eppure, nonostante l'intreccio dei simboli, laici e religiosi, simboli comunque globali (si ritrovano in tutto il mondo), continuo a pensare alla vite così come la vedevo da bambino: una pianta avvolgente che mi può abbracciare e proteggere, e, nello stesso tempo, soffocare.

Forse c'è qualcosa di infantile e vitale e dunque potentissimo nella fisiologia della vite. Il bisogno di stasi invernale, a cui far seguire un'imponente crescita primaverile (con quella capacità di intrecciarsi a tutto), una lunga stasi estiva, la senescenza autunnale degli organi non lignificati, le foglie, le parti distali dei germogli e infine la loro caduta. E il nuovo riposo invernale.

Osservare la Vite è osservare noi stessi. I ritmi, in fondo, sono quelli: luce e ombra, ascesa rigogliosa e caduta autunnale, siamo noi quel tronco desquamato, contorno e quei germogli che si intrecciano: perché la vita è una metamorfosi, così come la Vite, tutto un equilibrio sopra la follia, dice il poeta.

PS: A proposito di metamorfosi, con la tecnica del CRISPER CAS 9 si può proteggere la Vite dall'attacco di alcuni funghi e risparmiare su alcuni trattamenti chimici, molti costosi tra l'altro. L'innovazione salva la Vite dagli abusi e allunga anche la nostra storia e i simboli che abbiamo scelto di raccontare. Vita alla quale, come la Vite, follemente ci intrecciamo, bisognosi di protezione, e, ovvio, spaventati. Del resto vita come la Vite e come l'Edera, a volte, abbracciando, soffocano.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
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