Il Piantastorie:
La Quercia pianta da città

Il Piantastorie: <br /> La Quercia pianta da città

La famiglia delle Fagacee comprende molte specie: i Faggi, per esempio,  dai quali la famiglia trae il nome, e anche un genere che tutti, bene o male, conosciamo: le Querce. Di volta in volta, le Querce hanno assunto vari significati.

Per esempio, il Quercus robur, cioè la Farnia, con le sue foglie lobate, cinque per ogni lato, facile da riconoscere, è da sempre, appunto, simbolo di forza. Robur dal latino forte: da quando gli uomini hanno lavorato il ferro e creato strumenti da taglio, ecco, da allora hanno avuto problemi con la quercia, sono alberi non facili da abbattere.

Dunque, forte come una Quercia. O maestoso come una Quercia. Molti degli alberi monumentali, chiamati patriarchi, sono delle Querce.

Il Farnetto, per esempio, è davvero maestoso, perfetto per i parchi, al visitatore regala il classico colpo d’occhio (se andate in Sila, lungo il versante ionico potete vedere dei veri e propri boschi di Farnetto).

Forte, maestoso ma anche aristocratico: molti rami araldici hanno come simbolo la Quercia, come quello della famiglia delle Rovere con i suoi papi, Sisto V e Giulio II.

Sappiamo inoltre che la Quercia è diffusa ovunque. Se non conosciamo gli alberi e vediamo una pianta solitaria in mezzo alla campagna, vicino una casa colonica, ai bordi dei campi, ci possiamo buttare a indovinare: è una Quercia.

Non sbagliamo nel 90% dei casi. Anche perché la Quercia se ne sta lì a braccia aperte sotto il sole (ama la luce, spesso non tollera l’ombra)

Tuttavia, si adattano a vari tipi di terreno, a volte frugali, in quel caso risparmiano sull’altezza, vedi la Roverella (Quercus pubescens) o il Cerro.

Ancora: se non abbiamo mai letto una poesia e tuttavia vogliamo far sfoggio di cultura durante una cena, citiamo la Quercia caduta di Pascoli (probabilmente era un Rovere, col suo legno pesante e duro, pregiato e utilizzato per qualsiasi lavoro).

Le ghiande, poi, le conosciamo tutti, le hanno mangiate i porci ma pure noi (senza che facciamo i buffoni) nei periodi di carestia, hai voglia che incetta.

Se infine, se non sappiamo proprio niente delle Querce, di sicuro, conosciamo il sughero.

Dai, come non conoscerlo: leggero, impermeabile, galleggia, non trasmette calore: i sandali dei romani erano di sughero ma sono di sughero pure i galleggianti delle reti, i turaccioli per bottiglie e pannelli isolanti per suono e calore (ovvio, c’è il presepe, anche se in famiglia non ne siamo mai andati pazzi, se non per un breve periodo di tempo).

Poi c’è il Leccio. E il Leccio è diverso. D’accordo è un sempreverde (a differenza di altri cugini suoi), le sue foglie (alterne, dentato spinose ai lati, verde scuro sulla pagina superiore e un delicato bianco su quella inferiore) sono resistenti alle carenze idriche, quindi si adattano bene e sopportano estati torride, cioè non perdono smalto e vigore.

Il legno, poi, duro, resistente: tutti i manici di utensili vari sono di leccio, potete anche bruciarlo e utilizzare la carbonella.

Eppure, nonostante gli svariati usi benefici, il Leccio ha un triste simbolismo: porta sfortuna.

Nella sostanza, l’habitus funereo del Leccio è dovuto a un’accusa: ha fornito il legno per la croce di Cristo. Una leggenda delle isole ioniche racconta di una riunione degli alberi, tutti impegnati a non offrire il proprio legno per la croce di Cristo: infatti gli alberi fecero esplodere in mille schegge i propri tronchi pur di tenere fede all’impegno. Solo il Leccio offrì il proprio legno.

Ancora oggi i Greci dell’Arcarnaria - si racconta- hanno paura di contaminare le proprie asce toccando l’albero maledetto: simbolo di Giuda.

 Dunque, un bosco di Lecci non evoca immagini solari, al massimo ci puoi trovare all’interno oracoli impegnati a elaborare presagi sinistri.

Ecco, a me, passeggiando sotto i Lecci capita di riflettere sullo stato del Pianeta: è colpa nostra se sta messo così male? Ho contribuito anche io a crocifiggere il Pianeta?

Quando sono nato, nel 1966, c’erano tre miliardi e passa di persone, ora dopo 54 anni, siamo quasi otto miliardi (4 miliardi nel 1974, nel 1987 5 miliardi, nel 1999 6 miliardi, 2010 7 miliardi). Andiamo per i 10 miliardi di persone e poi, dicono i demografi, succederà: le entrate, e cioè i nuovi nati, saranno poca cosa rispetto alle uscite, e dunque le morti.

Come mai questa crescita?

Merito – sosteneva Robert W. Fogel- del secolo meraviglioso, il ventesimo. Abbiamo sconfitto la fame e le malattie. Pensate agli antibiotici, ai miglioramenti alimentari: pensate all’aspettativa di vita, viviamo tutti più a lungo (poi magari aggiungiamo anni alla vita e non la vita agli anni).

Pensate ai sogni dei nostri antenati, espressi a forza di invocazioni, preghiere, dichiarazioni, programmi religiosi: un mondo senza privazioni alimentari, senza la morte prematura di bambini, con terra fertile da coltivare e beni in abbondanza.

In effetti, quei sogni sono diventati concreti. Nel XX secolo abbiamo moltiplicato i pani e i pesci e resuscitato generazioni di persone destinate a morire: i profeti ci hanno regalato belle (alcuni dicono sagge) parole, ma purtroppo nessun consiglio agronomico, nessuna dritta sulla penicillina.

Nel XX secolo siamo cresciuti di numero e la maggior parte di noi (rispetto ai propri antenati) è diventata forte come la Quercia, a volte maestosi, a volte aristocratici (per il miglioramento delle condizioni di vita).

Bene, sono questi i sogni (realizzati, un po’ per caso, un po’ a fortuna, un po’ per ingegno) che hanno sostenuto la crescita della popolazione: un circolo virtuoso, il corpo meglio nutrito è un corpo più protetto, più resistente. Con questo corpo nuovo (e con buone pratiche igieniche) abbiamo sostenuto e prodotto l’accelerazione demografica e tecnologica, ed eccoci qui. E ora?

 

Ora abbiamo prodotto un circolo vizioso? Voglio dire, sono sogni che lasciano un’impronta, altro che. Possono trasformarsi in incubi, per questo, passeggiando sotto un bosco di Lecci, sentiamo gli oscuri presagi. Se siamo noi il problema, allora meglio se abbandoniamo il mondo, più velocemente possibile, non mettendo al mondo figli, spegnendoci con grazia ma con costanza.

Che facciamo? Diamo retta ad oscuri presagi e lentamente lasciamo questo pianeta, oppure continuiamo a sognare, consapevoli che i nostri sogni producono corpi più forti, appunto, come le querce e che vivono più a lungo, e dunque ingolfiamo il pianeta?

Insomma? Siamo il problema o la soluzione?

Quando passo sotto un Leccio sento, è vero, le voci. Più che presagi mi dicono che noi sapiens, non siamo né il problema né la soluzione, semplicemente non siamo speciali.

Del resto, abbiamo 20 mila geni, gli stessi del nematode, ma voi dite, va bene ma io, appunto, sono sapiens e il nematode no. Però lo strato di ozono che ci protegge e protegge le nostre opere è spesso tre millimetri, e se finisce, finisco anche io, mentre il nematode vive.

Ecco se passeggiando sotto i Lecci arriviamo al punto e ammettiamo: sì, non siamo speciali, allora, invece di proclamare la guerra futura e dividerci, io sono meglio di te, il mio pensiero è più puro del tuo, il mio confine è più bello del tuo, etc., allora -dicevamo- potremmo respingere l’idea di purezza. Un mondo puro e perfetto è un mondo non accogliente.

Anche i Lecci lo sussurrano: lavorate sulle imperfezioni, tenete presente le vostre fragilità, è il modo migliore per imparare dai vostri errori e sì, continuare a sognare, finché restate, ovvio.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
Scopri di più qui: Il Piantastorie

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