Il Piantastorie:
Il Tiglio, pianta da città

Il Piantastorie: <br /> Il Tiglio, pianta da città

Nel 1982 accaddero delle cose importanti, per esempio, l'Italia vinse il suo terzo mondiale di calcio, uscì il film Blade Runner, con le sue atmosfere angosciose e la musica cupa dei Vangelis.

Poi ci furono altre cose, più o meno significative, ma io ricordo quell'anno perché avevo 16 anni e fui rimandato. Non in una, non in due, nemmeno in tre, ma in quattro materie.

Fu un'estate disastrosa, il mio animo era più cupo del cacciatore di androidi, anzi forse ero io stesso un androide, nemmeno riuscii a godermi la vittoria ai mondiali, perché i professori che mi davano ripetizione (Italiano, Latino, Fisica e Matematica), per somma ironia, disprezzavano il calcio.

Quello di matematica ebbe il coraggio di spiegarmi gli integrali durante lo spareggio con il Brasile (naturalmente scappai).

Ora che ho 54 anni e faccio lo scrittore e l'ispettore al Ministero dell'Agricoltura, posso dirlo con forza: in fondo l'estate del 1982 fu bella e significativa, sì, perché vincemmo i mondiali, uscì Blade Runner ma soprattutto perché ho scoperto il poeta Arthur Rimbaud e ho imparato a riconoscere i Tigli.

Dunque, da quell'estate, sono diventato uno scrittore fissato con la poesia e le piante, anzi convinto che ci sono delle fasi della vita durante le quali le piante sono necessarie, placano i cattivi umori, illuminano il percorso.

Riuscite a immaginare lo stato d'animo di un sedicenne costretto a passare l'estate a casa per studiare quattro materie? Ebbene, in questo stato di prostrazione (camminavo molto, a piedi) mi capitò sotto mano un libro di poeti francesi e lessi per caso la poesia Romanzo di Rimbaud.

Mi colpì così tanto che ricordo ancora oggi dov'ero (a Caserta, a Piazza Mercato) chi c'era intorno a me (un melonaro e tre ragazzi che impennavano in motorino) e la luce (quella arancione del tramonto).

Diceva così: no, a 17 anni non si può essere seri. Una sera, al diavolo le limonate, le birre e i caffè rumorosi e le luci splendenti, si va sotto i tigli verdi della passeggiata. Non sapevo che aspetto avessero i tigli, ma qualcosa (la voce di Rimbaud, perché quando la scrisse aveva un anno più di me, mi potevo fidare) mi disse che se avessi passeggiato anche io sotto un tiglio avrei riacquistato coraggio.

Non c'era internet e usai il vecchio modo per informarmi: chiesi ai vecchi, a quelli che stavano fuori al bar a giocare a carte, ai benzinai, ai meccanici. Tutti conoscevano i tigli. Li conoscevano bene, perché gli anziani della comunità, una volta, erano soliti radunarsi sotto i tigli per prendere decisioni, all'ombra, al fresco, si ragiona meglio.

I tigli delimitavano il viale di casa mia, non me ne ero mai accorto.  Rimbaud aveva ragione: non si può essere seri. Perché i tigli abbelliscono i viali e sono fonte naturale di gioia. La gioia altro non è che curiosità verso il mondo.

Le foglie a forma di cuore rimandano al tuo cuore (e se sei bravo le accordi al tuo cuore) comunque mosse dalla brezza di mare sembravano sussurrare: caccia via le tue angosce.

I fiori profumati attiravano le api. Scoprii, infatti, tempo dopo, il miele al tiglio. Toccai la corteccia, era liscia, e qui e là fessurata (più invecchiano più la corteccia si fessura, è cosi anche per noi) e  quando presi a suonare la chitarra, vidi che quel legno era usato per costruire strumenti musicali: ecco perché – mi dissi- questi alberi sembrano, mossi dal vento, suonare una dolce melodia, ed ecco perché Rimbaud, a 17 anni, passeggiava sotto i tigli profumati: la sua poesia è musica.

I tigli sono imponenti, possono vivere fino a 1.000 anni, per questo sono simbolo di longevità. Sono forti e sentii, in quell'estate, che mi trasmettevano forza: la vita era lunga, non finiva lì, sarebbe continuata dopo l'esame di riparazione, a settembre. 

Studiai in quell'estate un poco di italiano, un poco di latino, meno di matematica e fisica, ma in biblioteca presi tante informazioni sui tigli.

I Greci crearono il mito di Filira, la ninfa, figlia di Oceano che si unì con Crono. Crono però era sposato e sua moglie, Rea, non la prese bene, così Crono si trasformò in uno stallone, si allontanò al galoppo e sparì per sempre. Tuttavia Filira partorì suo figlio e il neonato, Chirone, era mezzo uomo e mezzo cavallo. Per la vergogna, Filira, chiese al padre, Oceano, di tramutarla in un albero, appunto il tiglio. Tiglia cordata deriva dal greco ptìlon: ala leggera, piuma. Comunque il figlio di Filira diventò un guaritore, un medico accorto, grazie al potere che aveva ereditato dalla madre. Che, appunto, era diventata un albero dalle tante virtù medicinali. Le foglie del tiglio, infatti, hanno proprietà sedative, perfino leggermente ipnotiche (come la poesia di Rimbaud, in effetti), insomma, rimedio ideale per tutti gli insonni e i nevrotici e per tutti quelli che di notte passeggiano sotto i tigli.

In Spagna gli infusi di Tiglio sono comuni quanto la camomilla da noi, e poi le foglie in infuso o in decotto curano le malattie dell'apparato respiratorio, gastrointestinale. Ma c'è di più, i greci consideravano il tiglio simbolo di longevità e di femminilità. La pianta evocava resistenza e dolcezza, profumo e sensualità femminile, perciò il Tiglio era sacro ad Afrodite.

In Persia, ci dice Erodoto, vivevano degli uomini che avevano saccheggiato il tempo di Afrodite ad Ascolona (Siria) e per questo erano stati puniti, mezzi uomini e mezze donne, ma in compenso riuscivano a predire il futuro. Come? Con una corteccia di tiglio. La dividevano in tre strisce e davano responsi avvolgendo e svolgendo le strisce tra le dita. L'ho fatto anche io, una sera del 1982, prima dell'esame. Diceva che sì, ce l'avrei fatta e così è andata, sono sicuro che i tigli e Rimbaud mi hanno fatto sentire la forza, la leggerezza, la sensualità, la musica, il profumo e la poesia della vita. Così mi piace pensare.

Quello che è sicuro che ancora oggi passeggio sotto i tigli d'estate, e sì, mi sento felice, ho voglia di scalare la pianta, perché i suoi rami ramificano vicino al terreno e sì, sono esili, lunghi e arcuati. Bisogna prestare attenzione quando scali la pianta, e tuttavia, in cima, avvolti dalla chioma si può vedere la vita che verrà.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
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