Il Piantastorie:
Il Ciliegio, pianta da campagna

Il Piantastorie: <br /> Il Ciliegio, pianta da campagna

Non so da voi, ma dalle mie parti c’erano le prove tecniche di primavera. Non appena le giornate si allungavano, qualcuno della famiglia, mia mamma, più spesso mio padre, ma in realtà tutto il quartiere, seguiva lo stesso rituale. Insomma, mia mamma o mio padre, ma c’erano anche zie e zii, a prima mattina aprivano le tapparelle, lasciavano entrare i raggi di sole - e questi toccavano le nostre membra ancora abbandonate al sonno - e poi cantavano, alcuni a bocca chiusa, altri a squarciagola: Era de maggio e te cadéano 'nzino, a schiocche a schiocche, li cerase rosse.

La canzone basata sui versi di una poesia di Salvatore Di Giacomo (1885) raccontava di due amanti che si ritrovano a maggio. E si apriva, appunto, con questa immagine primaverile e sentimentale: lei in un giardino con i grappoli di ciliegie che le cadono in grembo, lui incantato, a bocca aperta. Le prove tecniche di primavera, dunque. Il ciliegio fioriva e produceva un frutto (una drupa), esso stesso metafora: la vita che torna a riprendersi i suoi spazi.

La canzone era un lasciapassare sentimentale, sulle note di Era di maggio, a noi ragazzi era concesso di stare fuori fin dopo il tramonto. Qualcuno più grande poteva avventurarsi ai bordi della città e prendere un ramo di ciliegio fiorito per portarlo alla ragazza o alla mamma e dopo qualche tempo, a primavera inoltrata, tutti in bicicletta, verso la collina a cercare le ciliegie.

Bisognava arrampicarsi, cercare il ramo giusto da cavalcare e poi cogliere i grappoli, mangiarne fino a sentirsi male: perché le ciliegie cos’altro sono se non un invito alla vita? Appunto, da conquistare, assaporare, guastare, a grappoli interi.  

Il ciliegio rimanda quasi ovunque alla buona sorte.

Gli albanesi usano bruciare nelle notti del 24, 31 dicembre e 5 gennaio i rami di ciliegio, le ceneri vengono conservate per concimare la vigna. Nelle campagne francesi gli innamorati facevano quello che pure noi casertani usavamo fare: mettevano un ramo di ciliegio in fiore davanti all’uscio delle loro fidanzate nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio (vabbè, noi glieli consegnavamo direttamente).

I giapponesi, si sa, hanno eletto il ciliegio ad albero simbolico per eccellenza. I centomila ciliegi selvatici alle falde del monte, poco distante da Tokio, attirano i giapponesi, ogni anno incantati, come se fosse la prima volta, davanti alla spettacolare fioritura: i fiori sono effimeri come la vita. E l’impermanenza, no? I fiori di ciliegio - dicono i giapponesi - ci insegnano a guardare le cose e le situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione. Soffriamo, vero. Non perché l'impermanenza sia di per sé sofferenza, ma perché non riusciamo ad accettare che le cose cambino. C’è di sicuro un grande avvertimento nella simbologia del ciliegio giapponese, anche se io, da occidentale e meridionale, più semplicemente posso dire – e sempre citando una poesia Di Giacomo - di  associare le ciliegie sia al risveglio del desiderio sia anche alla sua fine.

Una tira l’altra, un bacio tira l’altro e sì, però finisce tutto, all’improvviso. Ma proprio per il senso di finitudine, continuiamo a salire sugli alberi di ciliegio quando sono in fiore (con molta attenzione, perché non bisogna scuotere troppo i rami), perché  desideriamo vedere il panorama attraverso il filtro dei fiori, prima che questi velocemente cadano.

E stiamo a cavalcioni sui rami per mangiare con voracità grappoli di ciliegie perché i frutti saporiti durano poco. E in più sono faticose da raccogliere: a mano, con tutto il peduncolo, delicatamente, pratica impegnativa.

Gli alberi sono molti alti, fino a 10 metri, alcune antiche cultivar sono ancora più alte, quindi la fatica è raddoppiata: metti la scala, metti il pericolo e insomma, negli anni '80  il costo della raccolta era circa il 50% di quello totale. Stavamo perdendo le ciliegie e il desiderio e i suddetti simboli. Per fortuna che si è riusciti a innestare una varietà barese, Ferrovia, più bassa, con altre varietà e così ecco alberi di circa tre metri, facilmente adattabili ai vari ambienti (Emilia, Trentino). Risultato? Il costo è sceso al 30%. E ancora, via via, si stanno diffondendo ciliegie senza peduncolo.

A maturità il peduncolo si stacca e il punto di stacco cicatrizza velocemente, così che basta scuotere i rami ed ecco il desiderio nelle nostre mani. A un prezzo molto più basso. È vero: i desideri si accendono e si spengono, le cose cambiano, mutano di continuo, è una legge naturale, la più importante.

Eppure, grazie all’innovazione, possiamo sfruttare i cambiamenti, così da mantenere vive le tradizioni e crearne altre.

Consentire dunque ai giovani nuovi amanti di portare i rami di ciliegio, ai nuovi contadini di incendiarli simbolicamente per farne concime, ai ragazzini di salire a cavalcioni (con tutte le premure e sicurezze del caso) sui rami e provare il piacere di mangiare i frutti, direttamente dall’albero. E a tutti noi di incantarci ogni anno sotto i ciliegi in fiore.

Infine, a pensarci bene, la ciliegia è anche il simbolo della buona creanza, cioè le buone maniere: una virtù rara e molto utile, soprattutto per studiare la natura con rigore e umiltà e poi cantarne le bellezza, come quella delle ciliegie che cadono, a maggio, a grappoli, in grembo a una donna: un augurio per le nostre successive primavere.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
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