Il Piantastorie:
Gli Agrumi pianta da campagna

Il Piantastorie: <br /> Gli Agrumi pianta da campagna

Mio nonno tornava dal mercato con un sacchetto di carta, dentro c’erano i purtualle. Li aveva scelti uno ad uno, e una volta a casa, tolti dalla busta, li sistemava, anche in questo caso uno ad uno, formando una struttura a piramide.

Non ricordo se profumassero, di sicuro coloravano di rosso l’ambiente: comunque restavo incantato, come uno scemo, quasi non avevo il coraggio di toccarli.

Le arance univano nord e sud, Piemonte e Campania e Sicilia.

Chi li capiva i Piemontesi – diceva mio nonno quando ricordava la Seconda Guerra Mondiale – tranne quando parlavano di arance, pure loro le chiamavano portugal. Infatti- si diceva - le arance venivano dal Portogallo, ce le avevano portate gli Arabi.

 Non era proprio così, ma ero piccolo non andavo appresso ai dettagli storici e filogenetici.

 

Mi interessavano i racconti: mio nonno diceva che aveva visto, tornando a piedi dal Nord in Campania, dopo l’otto settembre, un campo di bellissime arance rosse, grandi come il sole al tramonto. E siccome il sole stava tramontando per davvero, mio nonno, distrutto dalla fatica, in mezzo alle macerie e a quelle enormi buche scavate dai bombardamenti, mio nonno, dicevo, non riusciva a capire la differenza tra il sole e le arance. Sembrava il paradiso -diceva- o il giardino dei pomi d’oro che Ercole aveva conquistato dal giardino delle Esperidi, uccidendo il drago, una delle sue 12 fatiche.

Nemmeno questo particolare era esatto: e dunque, forse non erano le arance il frutto di quel giardino (poi tecnicamente il frutto è una bacca, un esperidio) voglio dire, era una libera interpretazione rinascimentale, ma mio nonno era un contadino soldato meridionale non un filologo classico e si immedesimava con Ercole.

Comunque si ricordava del campo, l’ha raccontato anche sul letto di morte.

Arance rosse e grandi come il sole al tramonto e pietre ben disposte- così diceva.

Forse sul Garda (dove una volta c’erano tanti giardini di arance che oggi sono chiusi in spazi privati), no forse in Liguria, uno di quei magnifici terrazzamenti, o forse no, il campo era da qualche parte nella costiera amalfitana, no nemmeno, l’ha visto nella campagna militare di Sicilia, probabilmente a Cianciulli, nella Conca d’Oro. O forse dall’altra parte, sotto l’Etna (dove maturano gli aranci rossi, colpa dell’aria fredda che viene dall’Etna e quella calda dal mare, uno stress per la pianta che per difendersi produce antociani ed ecco il Tarocco, il Moro, il Sanguinello).

La verità? Nessuno l’ha mai capito, ma anche quel dettaglio non era importate. Perché mio nonno, anche se cambiava ubicazione, ricordava un sacco di cose. Per esempio, che in quel campo aveva bevuto, e l’acqua era buonissima. Saporita. Non sembrava acqua.

 Le arance dovunque esse si trovino hanno bisogno di acqua e difatti nei secoli sono state realizzate le più incredibili opere di irrigazione.

Come la tecnica dell’adacquamento, un’invenzione degli Arabi, l’acqua avanzava per lenta infiltrazione nei terreni argillosi e veniva recuperata, poi, a valle. Un lascito arabo che ancora oggi troviamo in alcuni terreni adibiti a limoni, sistemati a conche e solchi, una trama che facilita lo scorrimento e l’infiltrazione dell’acqua.

Dovunque era, tutto in quel campo ricordava l’acqua (buonissima e saporita), infatti anche i tetti delle case erano pensati per recuperare le acque. Agrumi e acqua e pietra, un paesaggio millenario. Pensate solo al giardino degli agrumi a Pantelleria, con quelle opere di pietra a secco, a cosa altro servono se non a favorire la condensazione dell’umidità nelle ore notturne e a rallentare la sua evapotraspirazione?

Mio nonno raccontava tutto questo, cambiando ora un particolare ora l’altro, ma non mancava mai di sottolineare i profumi. Che profumi!

Il profumo si sa è una madeleine proustiana e comunque rafforza la memoria, aiuta a percepire i luoghi, ogni paesaggio ha il suo profumo.

Ci ricordiamo dell’erba tagliata, dei prati fioriti, delle resine che essudano dai tronchi di Pino e naturalmente più di ogni altro profumo, avvertiamo quello del giardino d’agrumi. L’esperienza olfattiva più forte della primavera, quando gli alberi (di arance amare e dolci e del limone) sono fiore, e allora chi non si ricorda delle zagare che poi significa fiore sfavillante di bianco (dall’arabo). Fiori così grandi che vengono utilizzati nella produzione di profumi, dolci e naturalmente dei fiori d’arancio (poi zagara era un termine di origine araba conosciuto solo in Sicilia, finché il solito d’Annunzio non ne fece uso).

Ma il profumo si avverte anche quando i frutti sono a maturazione e si solleva dalle foglie soprattutto quando sono dense (le foglie che rimangono sulla pianta per 14/18 mesi, sono ricche di oli essenziali e differiscono a seconda della posizione se sono esterne esposte alla radiazione solare o se sono interne).

Sole, arance, pietre, acqua, profumi, paesaggi, bellezza, senso di pace: erano le qualità del giardino che aveva visto mio nonno.

Poi prendeva, a una a una, quelle arance, insomma smontava la piramide per prepararmi una spremuta: tutte vitamine, diceva. E poi aggiungeva: quando le arance non c’erano, neppure le vitamine c’erano e veniva la debolezza (che poi era lo scorbuto, che colpiva i marinai durante le lunghe traversate, e se non era per il medico scozzese James Lind che riconobbe i benefici degli agrumi, i marinai avrebbero sanguinato per lungo tempo).

Mi sono ricordato delle arance disposte a piramide sul tavolo di casa mia, e di tutte il resto, insomma, non proprio in questo ordine, una volta, d’inverno, all’Ermitage di San Pietroburgo, guardando l’Armonia in rosso di Henry Matisse, quel meraviglioso ed evocativo studio sul colore rosso, e sulle arance, ovvio.

Ho pensato che all’inizio erano in tre: Cedro, Pummelo e Mandarino.

Poi dal sud est asiatico, attraverso mutazioni spontanee, ibridazioni e il lavoro dell’uomo, dalla Cina in India, poi con Alessandro Magno il Cedro è arrivato in Grecia. Di seguito, nell’impero Romano, e mentre il Cedro, il Pummelo, il Mandarino viaggiavano, si sono aggiunte altre specie e cultivar (arance, pompelmi, limone) che hanno colorato il mondo, trasformato i paesaggi, profumato gli ambienti, ispirato gli artisti e gli ingegneri alla ricerca dell’acqua. Così davanti a Matisse ho pensato a mio nonno e

 

mi è venuta voglia di viaggiare, ma in pace, non in guerra, per parlare con i cittadini del pianeta di quanto il mondo possa essere più bello e vario e ricco e sostanzioso se solo prestassimo un po’ d’attenzione agli agrumi e sì, a tutte le piante, ovvio.

 

Un racconto di Antonio Pascale, illustrato da Matteo Riva.
Scopri di più qui: Il Piantastorie

 

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